Ricordo bene quando Bryan Cristante passò alla Roma, proveniente dall’Atalanta delle meraviglie di Gasperini “prime”.

In molti storcevano il naso, sembrava uno dei calciatori tipici del sistema bergamasco, di quelli che se li togli da quel contesto, dopo non “funzionano” bene come prima.

Io invece un po’ ” ho rosicato” – come si dice a Roma, per restare in tema – perché a me Bryan Cristante piace da sempre.

Me lo ricordo esordire giovanissimo con la maglia del Milan, classificandosi al tempo come uno dei talenti della sua generazione (è un classe ’95), per poi partire verso il campionato portoghese.

Cambiare di continuo squadra e paese, da un prestito all’altro, cambiare continuamente pelle alla ricerca di quella giusta per lui, sempre in religioso silenzio.

Perché se c’è una cosa che colpisce di Cristante, una su tutte, è che lui non ama mettersi in mostra.

È uno defilato, di quelli che devi cercare in mezzo alla folla visto che non farà nulla di particolare per attirare l’attenzione. 

E non è per timidezza o per falsa modestia: semplicemente è fatto così.

Se la memoria non mi tradisce, non ricordo una polemica o un caso che portino il suo nome. Insomma, uno con il profilo dell’antieroe, per offrire una metafora cinematografica.

Cambiare piazza per lui è stata una scommessa.

Passava dalle mani di un allenatore che lo aveva praticamente tirato a lucido, confezionandogli una posizione in campo congeniale in un meccanismo allora perfettamente oliato, a un contesto storicamente complicato come quello giallorosso.

Una Roma che nel frattempo ha affrontato un cambio societario importante, un mutamento di prospettive e di ambizioni che – seppure a piccoli passi – sembrano destinate a crescere.

Eppure lui c’è, c’è sempre.

C’è perché lo trovi quando serve e anche quando non serve, quando è tutto intero e quando è un po’ ammaccato.

C’è quando lo stadio canta ma anche quando lo fischia e lui i fischi se li prende tutti, in silenzio. C’è con Di Francesco, con Ranieri, con Fonseca.

C’è, sempre, con Mourinho.

 

In ogni parte della mediana, perché nel tempo i suoi allenatori lo hanno impiegato un po’ ovunque:  lui si è rimboccato le maniche e ci ha sempre provato.

E sì, lo so che questa attitudine a interpretare più ruoli può sembrare figlia dell’indefinito, dell’incompiuto. 

Soltanto che Cristante l’ha trasformata in una cosa meravigliosa chiamata affidabilità.

Si adatta alle esigenze, della squadra e dell’organico, prima che alle proprie (lo abbiamo pure visto difensore centrale…).

Capisco che l’ occhio del tifoso venga rubato da giocatori splendidi da vedere – com’ è Paulo Dybala, che ha conquistato i giallorossi immediatamente. Eppure credo che oggi il pubblico della Roma abbia capito quanto sia importante avere in campo uno come Cristante.

Perché essere un bravo ragazzo è un concetto sottovalutato.

Si rischia di passare come uno che difetta in personalità, in indipendenza. Nel caso di Cristante, con il suo storico alle spalle, sembra l’esatto contrario.

Sembra un raro esempio di maturità, del tutto al di sopra della ricerca della gloria personale. 

Che questo stia accadendo oggi che il centrocampista giallorosso sia entrato nel pieno della sua maturità professionale, forse, è tutto fuorché frutto del caso.

Certo, bisogna augurare a tutta la squadra momenti migliori. Ma lui ci sta dicendo che c’è, nonostante tutto.

E allora, concediamoglielo pure, un pizzico di gloria personale.

Ma in silenzio eh. Come piace ai bravi ragazzi.

 

Daniela Russo