C’è stato un tempo in cui il calcio era esclusivamente pura passione, business relativo.

In quest’ottica non stupisce sapere di una futura stella che per andare ad allenarsi a Perugia faceva l’autostop, mangiando al volo un panino di fortuna.

 

Con un sogno sin da bambino, quello di indossare la casacca bianconera come Platini e via dritto in rete.

La prima il 29 settembre 1992, allo stadio Antonis Papadopoulos di Famagosta dove la Juventus gioca la partita di ritorno contro l’Anorthosis, già battuta allo Stadio delle Alpi per 6 – 1 nella sfida d’andata dei trentaduesimi di finale di Champions League.

Anche a Cipro il copione si ripete e la squadra capitanata dal Trap porta a casa la vittoria per 0 – 4.

A dare il via alle marcature c’è proprio lui, l’ex ragazzino dell’autostop, 1,90, capelli incanutiti avanti tempo, Fabrizio Ravanelli, ribattezzato Penna Bianca proprio per questa sua caratteristica, come prima di lui Roberto Bettega.

Inizia così la storia bianconera di Ravanelli, destinato a diventare un idolo della Juventus del Trap come perno del settore d’attacco con Vialli e Baggio, un simbolo della “squadra operaia” di Lippi, con il record della cinquina contro il Cska in Coppa Uefa nel settembre 1994 e la doppietta a  Parma del gennaio 1995, oltre a Scudetto e Coppa Italia.

Ravanelli è una leggenda che inventa dopo un gol contro il Napoli un modo unico di esultare: la corsa a perdifiato a braccia tese, per trasformarsi in un uomo mascherato con la maglia da calcio rovesciata.

Una di queste maglie in particolare è assolutamente impossibile da dimenticare.

 

E’ blu con le stelle gialle, è la maglia della sua ultima esultanza come numero 11 juventino.

La maglia dell’ultima rete di Ravanelli con il club torinese, la maglia impressa a fuoco nella memoria dei supporters, il marchio dell’esultanza corale, del cuore impazzito, della voce che manca a forza di urlare. 

E’ il 22 maggio 1996.

Ravanelli firma il gol del vantaggio che consente alla Juventus di battere l’Ajax e vincere la tanto attesa Champions League, l’ultima Coppa dalle Grandi Orecchie vestita di bianconero, la numero due della storia del club, un sogno che prende forma e che in seguito diventerà purtroppo una chimera ritrosa, una fantasticheria continua.

Nato l’11 dicembre del 1968 a Perugia, Ravanelli, juventino per vocazione sin da piccolo (“Quando la Juventus giocava dalle mie parti chiedevo a papà di portarmi allo stadio”), cresciuto nelle giovanili del Perugia e messosi in luce in prima squadra, ha grinta da vendere e caparbietà tanto che riesce in un paio di stagioni dalla Reggiana in Serie B a diventare il blasonato numero 11 della Vecchia Signora.

Non senza qualche intoppo; acquistato dalla Juventus nel 1992, viene lasciato ancora una stagione nel club di Reggio Emilia; una stagione che parte nel migliore dei modi ma poi si arena e sono in molti ad accusare Penna Bianca di trascurare i granata emiliani pensando troppo all’imminente passaggio bianconero. 

“Non potevano dirmi cosa più offensiva – dichiarerà – ho sempre cercato di dare il massimo”.

In un certo senso il suo arrivo alla Juventus, il sogno di sempre portato avanti da quando rigirava tra le mani gli eroi ritratti sulle figurine Panini, il sogno soprattutto che si concretizza, è in parte sofferto.

Lo sarà anche l’addio, inaspettato.

La Champions è fatta di tappi che saltano e lacrime che scorrono per la felicità ma soprattutto per il ricordo dell’amico di sempre e compagno di squadra, il difensore Andrea Fortunato, con il quale Ravanelli aveva vinto il Campionato del Mondo militare.

La Champions è una Coppa che si alza al cielo: “E’ la vittoria di Dio…”, dichiarerà estatico, in un momento di condivisione proprio con Andrea, oltre lo spazio e il tempo. 

La Champions è un brutto risveglio che porta con sé il freddo delle brughiere inglesi.

Ravanelli viene ceduto al Middlesbrough. Non lo consola e non gli interessa l’ingaggio raddoppiato, si sente scaricato dal grande amore della sua vita, uno di troppo, qualcuno che non rientra più nel piani della Vecchia Signora.

Il tridente non esiste più. 

La vita di spogliatoio fatta di barzellette in napoletano raccontate da Ciro Ferrara o le cene del giovedì organizzate da Vialli per tutta la squadra, svaniscono.

Ma non la sua determinazione, la sua umiltà e il suo spirito di sacrificio. 

E’ sua la tripletta contro il Liverpool all’esordio in Premier League.

Altra maglia che si alza, altre reti indimenticabili.

Silvia Sanmory