Il ventitreenne attaccante Timothy Weah, figlio del celebre campione rossonero George, approda a Torino ed è già aria di rivoluzione giovani in casa Juventus.

Sulle orme di papà forse, ma con un’impronta del tutto personale che mira a non essere per l’eternità accostato al celebre e pesante cognome. Questo è Timothy Tarpeh Weah, per tutti Timothy, newyorkese di note origini liberiane, 185 cm di potenza e tecnica, figlio d’arte dalle rosee prospettive, testé approdato alla Continassa per contribuire alla realizzazione della rivoluzione bianconera, dopo un’annata amarissima.

Attaccante forte e veloce, e anche per queste caratteristiche tecniche accostato al padre, è cresciuto calcisticamente nei New York Bulls e nel Paris Saint-Germain.

E’ poi passato prima al Celtic e poi al Lille ed è presenza fissa anche tra le fila della nazionale a stelle e strisce scelta – a dispetto dei quattro passaporti in suo possesso (americano, francese, giamaicano e liberiano)- in quanto nazione nella quale è cresciuto e che gli ha permesso di muovere i primi passi nel mondo del pallone.

Con gli USA ha partecipato per la prima volta ai Mondiali in Qatar segnando un gol all’esordio nel pareggio con il Galles.

Il suo punto forte? La velocità che, tra l’altro, gli ha permesso di trasformarsi in un giocatore a tutta fascia: nato centravanti, non essendo letale sotto porta come il padre, Paulo Fonseca, durante la passata stagione al Lille, ha deciso di abbassarlo a terzino.

Weah jr è quindi diventato un giocatore duttile che può giocare terzino destro e sinistro, esterno a tutta fascia a destra e sinistra, sulla trequarti e anche da punta.

Fa parte da qualche tempo di quella schiera di giovani talenti attenzionati dai grandi club europei. 

Ed è proprio la Juventus che ha messo da tempo gli occhi su questo figlio d’arte che ha già però dimostrato sul campo di non essere solo il “figlio di…”.

Eh già, perché il nome ha un peso notevole nella narrazione riguardante Timothy Weah.

George, suo padre, oggi cinquantaseienne, è stato un autentico faro di quel Milan che, tra la metà degli anni ’90 e fino al 2000, ha conquistato due scudetti e soprattutto, a titolo personale, il prestigioso Pallone d’oro.

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Attaccante massiccio, grande finalizzatore e propenso al gioco di squadra, ebbe a suo tempo, l’arduo compito di sostituire in attacco uno dei più grandi della storia del calcio, quel Marco Van Basten, ritiratosi troppo giovane dal calcio giocato per i continui problemi, soprattutto alla caviglia.

E George non si è fatto trovare impreparato alla chiamata. Scrive una parte della storia rossonera, milita per qualche anno ancora tra la Premier League, la Ligue 1 e il campionato degli EAU per poi ritirarsi e iniziare un’avventura se vogliamo, anche più “tosta” di quella vissuta sui campi di calcio.

Si butta in politica, scala in pochi anni i vertici dell’ala democratica del paese fino a diventare, nel 2018, Presidente della Liberia.

La storia di Timothy, diversamente dal padre, è ancora tutta da scrivere ma la scelta di giocare nella Juventus, squadra tra l’altro tifata proprio dal celebre papà, insieme naturalmente al Milan e anche al Monaco, sembra quasi un segno del destino.

Un compito che attende il giovane decisamente impegnativo.

Una Juve che deve ripartire dopo una stagione deludente e controversa e che necessita di tornare grande e perché no, vincente.

Oggi i giovani talenti hanno dimostrato di “esserci”, di essere nel progetto. Si vedrà se anche il giovane Weah contribuirà alla causa dell’ineffabile Vecchia Signora, nel segno del talento paterno ma con il solco tracciato soltanto dai suoi scarpini.

E allora, benvenuto in Italia, Timothy.

 

Simona Cannaò