Lione-Lipsia, al termine della partita valida per l’ultimo turno della fase a gruppi di Champions League, mentre un gruppo di giocatori è fermo a chiacchierare al centro del campo, improvvisamente corre verso il settore occupato dagli ultras dell’OL e sferra un pugno a un tifoso reo di aver srotolato uno striscione raffigurante un asino, indirizzato al difensore brasiliano Marcelo, colpevole, secondo i tifosi, di non impegnarsi. 

Quando era al Manchester United, finì nell’occhio del ciclone per le liti coi compagni e vari atteggiamenti controversi. Ad esempio, prese a pugni van Persie durante un allenamento, e ancora,  mise in discussione, senza mezzi termini, Wayne Rooney in un’intervista televisiva.

depay manchester united
fonte immagine: profilo twitter ufficiale menphis depay

Memphis Depay, durante la sua carriera, è stato spesso criticato per una vita fatta di eccessi (comportantali e non): jet privati, yachts, gioielli e catene, anelli e orologi d’oro, abiti firmati, sigari, studi di registrazione e tatuaggi che gli ricoprono tutto il corpo.

Tattoo raccolti tutti in un libro scritto a 25 anni, quando l’attaccante sentì il bisogno di raccontarsi. Alcuni hanno un significato profondo che ricordano i nonni e la sua terra d’origine (il Ghana). Alcuni singolari, come il Jigglypuff, un Pokémon, sul suo braccio sinistro o come Rayman, personaggio di un celebre video gioco.
Ma è l’enorme testa di leone che ha su tutta la schiena il suo segno distintivo; per realizzarlo è dovuto rimanere sdraiato per più di 24 ore consecutive.

«Rappresenta me. Ho sempre sentito di essere cresciuto nella giungla.
Ero sempre fuori, mi sono trovato in strade molto pericolose e ho dovuto affrontare periodi difficili. Per me il leone rappresenta il re della giungla, e io sono sempre uscito da tutte le situazioni, anche se a volte è stato difficile».

Altra costante della sua vita è la musica rap: scritta, eseguita e prodotta.

Conosciuto anche come Dream Chaser, nello scorso mese di luglio è uscito il video del suo ultimo singolo – che su Spotify ha avuto molto successo –, girato insieme all’amico Justin Kluivert, su un jet privato rosso fiammante appartenente a Louis Hamilton.

Ha anche registrato un pezzo in collaborazione con due artisti olandesi il cui ricavato è stato utilizzato per un progetto di beneficienza in Ghana.

Difficile per Depay scrollarsi di dosso l’etichetta di “bad boy”.

Lui che rappresenta il classico figlio del ghetto che si è emancipato grazie al proprio talento calcistico ma che non può cancellare un passato fatto di miseria, violenza, dolori e sacrifici, un passato difficile che lo ha segnato. 

Nato il 13 febbraio 1994 a Moordrecht, Paesi Bassi, da padre ghanese e madre olandese.
Nel 1998 suo padre lascia la famiglia per tornare nel suo paese nativo.

Questo abbandono è alla base della scelta del giocatore di portare sulla maglia il suo nome e non il cognome del padre. 

Poco dopo la madre trova un nuovo compagno. Memphis vivrà però in un ambiente ostile: il patrigno è un violento e i suoi fratellastri (ben dieci) lo bullizzavano.

Troverà rifugio per strada dove gioca a calcio e si appassiona al rap.

Nel 2009, il giorno dopo il suo quindicesimo compleanno, muore il nonno Kees.
In un video documentario sulle sue origini realizzato da Adidas, l’olandese ha parlato di questo lutto:

«È stato un uomo che mi ha dato molta forza e si è preso cura di me.
Ricordo che quel giorno pensai: “Devo farcela. So chi voglio diventare, il migliore”».

La perdita del suo unico punto di riferimento maschile lo indurrà ad accantonare il rap per dedicarsi anima e corpo al calcio.

Ma il percorso non è stato mai lineare bensì pieno di cadute e incidenti di percorso: fu cacciato, ad esempio, dalle giovanili dello Sparta Rotterdam. 

La rabbia insita lo ha reso sempre un elemento poco gestibile.
Mart Van Duren, uno dei suoi allenatori nelle giovanili del PSV, ha spiegato: «…devi ottenere la sua fiducia per rompere una diffidenza nata durante l’infanzia».

Proprio con il PSV farà il salto in prima squadra: il 29 giugno 2012 firma il suo primo contratto da professionista. 

Nel 2015,  dopo una stagione conclusa con 22 reti che gli consentono di ottenere il titolo di capocannoniere di Eredivisie, passa al Manchester United, voluto fortemente da  Van Gaal.

Concluderà la sua esperienza con lo United dopo solo un anno e mezzo, collezionando 56 presenze totali e soli 7 goal all’attivo ma tante tante critiche.

Dopo la deludente esperienza in Premier, nel gennaio 2017 sbarca in Francia, dove si  è rilanciato ed è cresciuto tantissimo nel Lione.

Nella stagione 2017/18 si è distinto con una tripletta al Nizza all’ultima giornata di Ligue 1 che ha permesso all’OL di qualificarsi alla Champions.

Nella successiva, è cresciuto in costanza, con la più alta media (3.1) di passaggi chiave per partita di tutto il campionato e 12 gol realizzati.

Il 2019 è stato il suo grande anno: è diventato capitano della squadra e in cinque mesi ha segnato più reti complessive che in tutta la stagione precedente, per un totale di 15 reti, cinque delle quali arrivate in altrettanti incontri di Champions.

Una crescita coostate, nonostante le turbolenze sulla panchina del Lione, che emerge nella stagione appena conclusa, la sua migliore annata in Francia, con 22 gol segnati in 40 partite tra campionato e coppe.

Numeri che crescono se si amplia il discorso alla Nazionale. Dal suo debutto, il 15 ottobre 2013, ad oggi, ha collezionato 63 presenze con gli oranje e ha realizzato 25 gol.

Merito anche di Ronald Koeman che, approdato sulla panchina olandese nel 2018, ha consegnato a Depay le chiavi del reparto avanzato olandese contribuendo a incoronarlo a stella del calcio arancione.

«Gli devo molto», ha dichiarato il giocatore in un’intervista, «grazie a lui ho capito come si sta in campo e quali movimenti fare per essere più efficace…»

Trasformandolo da dribblatore a finalizzatore, oggi Depay in Nazionale gioca da numero 9, riferimento offensivo centrale di un 4-3-3.

Menphis si è distinto come calciatore singolare non solo per il suo lato ribelle ma anche sotto il profilo tecnico.

In gioventù era un’ala con tecnica e dribbling. Veloce e dotato di un gran destro ma sa calciare bene anche con il sinistro; con gli anni ha sviluppato il senso del gol poi la fisicità e l’estro, per questo può tranquillamente essere schierato sia come esterno sia come riferimento centrale in attacco.

Imprendibile in campo aperto e imprevedibile, sa farsi trovare libero tra le linee e sa come mettere i suoi compagni nelle condizioni migliori.

Oggi è un calciatore completo.

Ad esempio, Genesio, l’ex tecnico del Lione, l’ha utilizzato in più ruoli, da seconda punta e trequartista nel 4-3-1-2 fino a esterno di un tridente

Oggi è un calciatore maturo.

E’ diventato un uomo squadra ed è amato dai tifosi e si è evoluto tatticamente grazie a una forza di volontà non indifferente e a una maniacale applicazione, non scontata considerando il suo passato.

 

Caterina Autiero