Chiamato “Il Galletto” per il suo fisico gracile che non faceva di certo pensare ad un futuro calcistico così grandioso; star indiscussa del Flamingo, è stato uno dei più forti trequartista di tutti i tempi

(Fonte fotografica Flamengo.com)

A tredici anni era soprannominato “O Galinho”, il Galletto.

Non per una questione caratteriale, che potrebbe far pensare ad un bulletto della periferia di Rio de Janeiro dove vive, ma per quella magrezza che, come ha detto tempo fa in un’intervista, oggi nel calcio, dove contano più che altro muscoli (e schemi), non gli avrebbe consentito di giocare.

Eppure, come spesso accade nel percorso che porta un ragazzino a diventare un fuoriclasse del pallone, le difficoltà e i giudizi affrettati sono fatti per essere sovvertiti. Il Galletto con il sogno di indossare la maglia numero 10 del Flamengo riesce nell’impresa.

Lui è Arthur Antunes Coimbra Zico, semplicemente Zico, uno dei più forti trequartisti di tutti i tempi.

Le basi del resto ci sono sin dalla sua infanzia quando il gracilino Arthur dribbla e si destreggia tra gli avversari anche a piedi scalzi, incanta per il suo talento, è una premonizione di quello che diventerà tanto che la squadretta costituita dai fratelli dove gioca è la più temuta ed imbattuta del quartiere.

Corsi e ricorsi storici perchè con la maglia rossonera a righe orizzontali diventerà, tra il 1972 e il 1982, una leggenda vincendo dieci Campionati, una Coppa Libertadores (nella quale realizza tutte le reti decisive sia nella partita di andata che in quella di ritorno) e una Coppa Intercontinentale, contribuendo con i suoi assist a mettere k.o. il Liverpool; non solo: Zico ha vinto tre Palloni d’Oro sudamericani ed è stato per 11 anni consecutivi capocannoniere, con una media gol elevatissima anche con la maglia della Nazionale brasiliana. 

Nazionale con la quale però il fuoriclasse brasiliano non riuscirà mai a portare a casa una vittoria: terzo posto in Argentina nel 1978 ma soprattutto la clamorosa ed inaspettata eliminazione contro l’Italia nel Mondiale di Spagna 1982 (nonostante una sua magia nell’inventare un assist che permette il pareggio momentaneo).

Una delusione che sarà uno dei motivi che lo porteranno in Italia, prima attenzionato dalla Juventus (che alla fine decide di continuare a puntare su Platini) e dal Milan.

(Fonte fotografica Wikipedia)

Zico sceglierà l’Udinese e anche qui sarà una star che porterà ad alti livelli la squadra. Almeno sino a quando subisce un infortunio, un mese di stop, al rientro il clima è cambiato e finiscono i sogni di gloria del club friulano.

A proposito della sua militanza nell’Udinese, in un’intervista rilasciata tempo fa al quotidiano La Repubblica, ha dichiarato:

Era il 1983. Ricordo l’arrivo, migliaia di persone in piazza, e dire che mi avevano detto che era un posto freddo. Ho dato gioia a tante persone, ne sentivo la responsabilità. Era un calcio diverso, oltre al fatto che la serie A era il torneo più importante del mondo: adesso i giocatori devono pensare solo alla partita, noi avevamo strutture così così, ci allenavamo in un vecchio stadio, non c’era neppure la doccia calda, ci portavamo da soli la borsa con la maglietta e l’accompagnatore Casarsa ci raccomandava di non perderla ché c’era solo quella…”.

Un calcio diverso quello degli anni ‘80: “Il calcio è cambiato, in peggio – ha precisato nella stessa intervista –  C’è qualcosa di vero quando si dice che il gioco non sia più lo stesso dei miei tempi. Non vivo di nostalgia, né è carino fare paragoni, però i calciatori di adesso sono diversi in tutto. A cominciare dalla tecnica, che una volta veniva prima di ogni cosa: oggi invece devi pensare agli schemi. Primo non prendere gol, anziché segnarne, che poi sarebbe il fine ultimo del gioco e la sua bellezza. Non a caso, le squadre che vincono sono ancora e sempre quelle che pensano a far gol. E ai giovani dico di cercare la gioia nel gioco perchè il calcio è per prima cosa felicità“.

Silvia Sanmory