Raheem Sterling si racconta con una lettera aperta al The Players Tribune, nuova piattaforma multimediale che fornisce agli atleti professionisti la possibilità di scrivere lettere ed è stata creata da Derek Jeter -ex giocatore professionista di baseball -.

L’attaccante del Manchester City e della nazionale inglese si racconta viaggiando a ritroso nella sua vita da Kingston, Giamaica, fino a Londra. Venne poi naturalizzato inglese.

La sua lettera

Avevo appena vinto la Premier League con il City, facendo 100 punti. E mia figlia… beh, lei è una birbante come lo ero io, mia mamma mi aveva avvertito. Correva e cantava, in salotto. Cosa cantava?

Mo Salah! Mo Salah! Mo Salah!
Runnin’ down the wing!
Salahhhhh la la la la la la la!
Egyptian king!

Ecco, a lei del City non frega nulla! Lei è del Liverpool, fino in fondo.
Correva, proprio come corro io. Allo stesso modo. Ve lo giuro, lei è come me. Anche con gli altri: se non vi conosce, se non si fida. Non vi dirà una parola che sia una. Anch’io sono così. Quindi… Di voi posso fidarvi? Posso raccontarvi la mia storia? Forse leggendo un po’ i giornali vi siete convinti di saperla. Ma non è così.

Quando avevo due anni mio padre è stato assassinato: questo ha influenzato tutta la mia vita.
Non molto tempo dopo, mia mamma ha deciso di lasciare me e mia sorella in Giamaica per andare in Inghilterra e prendersi un diploma, così da darci una vita migliore.
Per qualche anno abbiamo vissuto con nostra nonna a Kingston: guardavo gli altri bambini con le altre mamme, li invidiavo. Perché non capivo fino in fondo che cosa mamma stesse facendo per noi.
Grazie a Dio avevo il calcio: quando penso alla Giamaica, penso alle partite sotto la pioggia, tra le pozzanghere. Schizzando di qua e di là, il miglior divertimento. Perché quando piove, in Giamaica, non si ripara nessuno.

Quando avevo cinque anni, abbiamo raggiunto mamma a Londra. È stata dura, perché abbiamo trovato una cultura completamente differente. E poi non avevamo troppi soldi. Lei faceva le pulizie negli hotel per realizzare qualcosa in più e potersi pagare il diploma. Non dimenticherò mai le alzate alle 5 del mattino prima di scuola, per aiutarla a pulire i bagni di quell’hotel a Stonebridge.
Litigavamo con mia sorella, per chi dovesse pulire i bagni e chi i letti.

Quando ho iniziato la scuola primaria ero disubbidiente, monello. Non volevo ascoltare, non volevo sedermi e sentire la maestra!
Sottrazioni? Ma dai. Fissavo l’orologio sognando la ricreazione: mangiare, andare fuori, correre e fare finta di essere Ronaldinho: ecco cosa mi interessava. Beh, mi hanno cacciato. Tecnicamente in realtà no, ma mi hanno trasferito in una classe più piccola, dove eravamo sei ragazzi con tre maestri! Non scherzo… La parte più dura era guardare gli altri ragazzini dal finestrino del bus: loro sorridevano andando a scuola, questo mi feriva. Voglio essere come loro, non c’è nulla di sbagliato in me, pensavo. Così mi sono impegnato e dopo un anno sono tornato nella classe più grande.

Ma se devo pensare al momento in cui la mia vita è cambiata, penso ad un nome: Clive Ellington. Era un tutor per i bambini senza un papà, che nei weekend ci portava fuori Londra facendoci svolgere le più svariate attività.
Teneva a noi e un giorno mi chiese:” Raheem, cosa ami fare?”
Amo giocare a calcio.
Bene, ho una piccola squadra che gioca la domenica. Perché non vieni a giocare con noi?
Da quel momento è stato solo calcio, calcio, calcio. 

Foto di “The Players Tribune”

Ero totalmente ossessionato. A 10 o 11 anni, non ricordo, fui notato da Fulham e Arsenal. Mi volevano. E quando ti vuole l’Arsenal, sai che ci andrai. Ma mia mamma, che è la persona più saggia che io conosca, mi disse che non ci sarei andato. Ehhhh? Se vai lì, sarai uno dei tanti, un numero.
Devi andare dove puoi farti strada. Mi ha convinto ad andare al QPR ed è stata probabilmente la scelta migliore che abbia mai preso.
Certo, non è stato facile: tre autobus, lei o mia sorella mi accompagnavano sempre, partivamo alle 3:15 e ritornavamo alle 23 dagli allenamenti. Ogni. Singolo. Giorno.
La mia famiglia ha giocato un ruolo fondamentale nella mia vita. Ora capite perché?

Sono cresciuto all’ombra del mio sogno. Guardavo il nuovo Wembley prendere forma dietro il mio giardino.
Un giorno sono uscito e ho visto questo gigantesco arco nel cielo, sembrava una montagna. Posso giocare lì. Posso farcela. Non tutti ci credevano.
Una mia maestra mi diceva che il calcio non poteva essere il mio obiettivo finale, perché ci sono milioni di ragazzini che vogliono diventare calciatori. Cosa ti rende speciale? diceva. E io pensavo: Vedremo. Quella stessa maestra si mostrò come la mia migliore amica dopo che una mia doppietta con l’Under 16 dell’Inghilterra fu trasmessa in tv. Funziona sempre così.

Ma il vero turning point della mia vita è arrivato quando avevo 15 anni: mi vuole il Liverpool.

Foto di Getty Images

Liverpool distava 3 ore da casa, ma dovevo andare.
Amavo il mio quartiere e ancora oggi i miei migliori amici provengono da lì. Ma in quel momento, in quella zona c’era molto crimine, accoltellamenti. Sentivo che Liverpool era una chance per andare via e concentrarmi sul calcio.
Sono sparito per due anni, tornavo a casa solo per pochi giorni per vedere mia mamma e poi tornavo a Liverpool. Lì mi ospitava una coppia di anziani che mi trattava come un nipote.
È stato il periodo più importante della mia vita, avevo una missione: ottenere un contratto così da non stressare più mia mamma e mia sorella.
Il giorno che ho comprato una casa a mia mamma è stato il più bello della mia vita.
C’è stato un periodo in cui cambiammo 3-4 case in poco tempo, lei mi mandava un messaggio con il nuovo indirizzo, perché non potevamo permetterci l’affitto.

Alcuni media hanno detto di me che amo ostentare il mio lusso. Quando ho comprato casa a mamma, alcune persone hanno scritto cose davvero tristi, incredibili. Odiano qualcosa che non conoscono. Fino a qualche tempo le dicevo: Perché ce l’hanno con me? Ma ora sto bene. Che scrivano pure del bagno lussuoso di casa nostra: 15 anni fa pulivamo i bagni degli hotel e facevamo colazione con la roba delle macchinette.
Mia madre è andata via con niente dal suo paese, ora dirige una casa di riposo: se c’è qualcuno che oggi si merita di essere felice, è lei. E suo figlio gioca per l’Inghilterra.

La prima volta che ho giocato a Wembley è stato in un match di qualificazione contro l’Ucraina. La cosa surreale è stata guardare fuori dal bus, pensando…

Quella è la casa dove viveva il mio amico. Quello è il parcheggio dove facevamo skateboard. Quello è l’angolino dove provavamo a parlare con le ragazze. Quello è il giardino dove sognavo che tutto questo sarebbe accaduto.

Se cresci come ho fatto io, non ascoltare i tabloid. Vogliono solo rubare la tua gioia e buttarti giù.

Te lo dico adesso: l’Inghilterra è ancora un posto dove un ragazzino disubbidiente può uscire dal nulla e vivere il suo sogno.

 

Aurora Levati