Dimostrare.

Voce verbale all’infinito, appartenente alla prima coniugazione, il cui significato recita:

“Rendere manifesto con fatti, con parole, con segni certi”.

 

Ecco, mai verbo fu così iconico e rappresentativo quando si parla di Paulo Dybala e della sua storia con la Juventus.

Perché, da quando è arrivato alla Juventus poco più che un ragazzino, Paulo Dybala ha dovuto sempre, sempre dimostrare di essere all’altezza della maglia bianconera.

Ha dovuto dimostrarlo a dirigenza e tifosi, per il costo elevato della sua operazione di mercato ( circa quaranta milioni, sette anni fa era un cifra veramente importante).

Ha dovuto dimostrarlo al suo allenatore, che notoriamente non crede nelle giovani leve, e che riteneva il ventunenne troppo delicato per occupare un posto in prima squadra.

Salvo che lo stesso ventunenne, poi, a suon di gol, si è caricato letteralmente la squadra sulle spalle.  L’ha trascinata nella rimonta, storica, che ha cucito sulle maglie della Juventus il quinto scudetto di fila.

Quando è arrivato Gonzalo Higuain, ha dovuto dimostrare di saper convivere al fianco di un attaccante dai numeri così importanti. Ha dovuto dimostrare di non essere egoista, di mettersi a disposizione.

Così gli chiedevano i tifosi: in fondo chi era Paulo Dybala, paragonato al miglior marcatore della Serie A?

E lui lo ha fatto, dimostrando di sapersi mettere al servizio dei compagni di squadra. 

Poi è arrivata la maglia numero 10, la “sacra maglia”, quella per cui Paulo Dybala si è preso del tempo per pensare prima di accettare perché, si sa, quella maglia ha un peso.

E da quel momento le cose da dimostrare sono aumentate, ogni giorno di più. A ogni tassello aggiunto, l’asticella si alza sempre di più per Paulo.

Dimostra di lavorare a tutto campo, dimostra di saper difendere, dimostra di saperti mettere da parte che ora è arrivato Ronaldo, dimostra dimostra dimostra…

Paulo Dybala ha tanti difetti, ma ha un pregio, bellissimo e notevole: ha sempre risposto alle richieste con i fatti. Adempiendo perfettamente, a mio avviso, alla definizione sopra fornita del verbo dimostrare.

Ragazzo introverso che si districa male con le parole, le interviste da lui concesse in questi anni alla Juventus si possono contare sulla punta delle dita. Perché lui è così: gli chiedi una cosa? Preferisce rispondere sul rettangolo di gioco. 

Così fece in  quell’estate lunga e travagliata del 2018 (ricordiamo tutti l’esultanza dolorosa e silenziosa dopo il gol alla Triestina, nell’ amichevole estiva), così sta facendo da 18 mesi a questa parte.

Da quando la trattativa per il suo rinnovo è diventata più stucchevole, ridicola, patetica di quelle così dette Fanfiction che spopolano tra i giovanissimi (con tutto il rispetto per le Fanfiction, ce ne saranno sicuramente anche di graziose).

Un rinnovo che  da tempo è solo questione di tempo.

Ma in questo lasso di  tempo, ancora e ancora, ti viene chiesto ancora di dimostrare.

Perché adesso un altro nemico incombe su questo amore tormentato tra le due parti: la condizione fisica dell’argentino. 

E il tempo si dilata, si moltiplica, si allunga. Addirittura Arrivabene, davanti al mondo, davanti ai microfoni, sottolinea quanto sia importante che Paulo comprenda il peso della maglia che indossa.

Mi chiedo dove fosse il signor Arrivabene tutte le volte che Paulo ha sudato, ha difeso quella maglia, ha pianto per la stessa, ha rischiato il campo riportando una lesione deleteria che gli ha compromesso tutta la stagione successiva.

Mi chiedo dove fosse mentre Paulo macinava reti su reti, arrivando a quota 110, a un passo dal decimo posto della classifica marcatori di tutti i tempi della Juventus, al terzo posto di quelli in Champions.

 

Mi chiedo se Arrivabene sappia che a oggi, statisticamente, Paulo Dybala è il miglior giocatore bianconero per rendimento, malgrado gli infortuni.

 

Mi chiedo perché  un giocatore della classe e della caratura tecnica di Dybala, un giocatore che all’estero ci invidiano, un  giocatore che Stefano Borghi ha meravigliosamente definito “Il Sole”… debba sempre dimostrare.

Quello che fa sembra non bastare mai. Neanche quando risulta il migliore della Serie A, neanche quando ribalta una partita da solo, nemmeno quando diventa il cervello della squadra. 

Nemmeno quando rifiuta ogni trasferimento perché nella sua testa ancora un po’ innocente l’amore per una maglia conta davvero.

Non è lo stesso metro di misura uguale per altri. 

Il bello è che lui, silenziosamente, ha sempre accettato tutto questo.

Accetta persino di non potersi emozionare, di non poter piangere (troppo poco virile, per carità!).

Fino a ieri.

Fino a quando si accorge che forse non è sempre bene tacere.

Forse a un certo punto occorre saper rispondere, saper guardare in faccia chi ti chiede di dimostrare. Sempre dopo aver risposto sul campo.

E a quel punto non ha più voglia di abbassare lo sguardo, anzi, lo incontra con sfida per ribadire che lui i suoi passi li ha fatti. Tutti.

Ora tocca agli altri.

Ora può permettersi di dire:

“Io non devo dimostrare niente a nessuno”.

 

Daniela Russo