Il ricordo di Vujadin Boskov a distanza di quattro anni dalla sua morte: un calciatore, un tecnico ma prima di tutto un uomo

 

 “Rigore è quando arbitro fischia” – Vujadin Boskov

Quattro anni fa un uomo indimenticato nel mondo del calcio ha lasciato questa terra, un personaggio che manca, manca terribilmente: Vujadin Boskov era fuori dagli schemi, figura di altri tempi che ci ricorda quanto diverso fosse il calcio di una volta,  fatto di uomini prima di tutto e di sentimenti.

  (immagine da diegoalvera.it)

Nato a Begec, vicino a Novi Sad, nel 1931, Vujadin è prima un calciatore centrocampista che  dimostra di avere un’ampia visione di gioco e carisma, qualità che ne preannunciano il futuro da tecnico. Ma per Boskov non esiste solo il calcio: le sue celebri frasi e l’ironia pungente, utilizzate spesso per smorzare i toni di un ambiente talvolta troppo esasperato dal nervosismo e dalla tensione, sono la rappresentazione di una persona dalla grande cultura, dotato di una sorprendente dialettica e con la passione smisurata per la geografia e per la politica, oltre che per la storia in cui vanta una laurea.

Come allenatore, dopo essersi messo in gioco in patria con il Vojvodina Novi Sad e la Nazionale, le sue esperienze più importanti sono in Spagna col Real Madrid e –  ovviamente – la Sampdoria dall’86 al ’92.

(immagine da wikipedia)

Proprio con i blucerchiati probabilmente Vuja vive i suoi anni di carriera migliori, sotto la guida di un’altra figura romantica del calcio italiano: Paolo Mantovani. A Genova si instaura un rapporto profondo, quasi quello di una grande famiglia: rapporto che  viene visto come anomalo, il suo ruolo  spesso sminuito mentre Vialli e Mancini  sono reputati i veri artefici delle vittorie della Coppa delle Coppe e dello scudetto.  (immagine da zonacesarini.net)

Chi invece ha conosciuto e si è allenato col serbo sa quanto questo non sia corretto; in una delle sue tante pittoresche interviste, Vujadin raccontò che per lui la disciplina era fondamentale per raggiungere determinati obiettivi: un calciatore doveva avere un equilibrio nella vita personale. Narrava anche di come  avesse seminato “spie” per tutta la Liguria al fine dicontrollare i suoi giocatori nella vita notturna. Dopo l’indimenticabile scudetto del ’91, il grande rimpianto è stata la sconfitta in finale di Coppa Campioni che di fatto segnò l’inizio del declino di un periodo fantastico che rimarrà per sempre impresso nel cuore di chi l’ha vissuto da calciatore e tifoso.

Con l’avanzare degli anni una bestia oscura iniziò a divorare il tecnico serbo, un’aggressiva forma di morbo di Alzheimer che, pian piano, portò via i ricordi dorati di una vita costellata di successi e amore. L’amore è rappresentato da Yelena, moglie che è stata accanto a lui fino alla fine, colei che lo ha accompagnato in tutte le battaglie fino alla più atroce.

Claudia Carrega

(immagine copertina da sampgeneration.it)